mercoledì 25 gennaio 2012

T R I T T I C O

T R I T T I C O
(poesie 2009-2011)



Possa perdonarmi la parola se la uso per parlarmi
mentre picchio e picchio contro il tronco
a scavare un incavo, dove raccogliermi.

Odiarsi e amarsi è un limarsi mosso
un’asse traversa in un tugurio
del tempo
sommerso dai marosi, in eterno movimento.




ESTERNI



1

Ha un che d’infinito
la curva striscia di ciottoli rossi

- stretta tra la torre e le rovine romane-

ha un che di mito e d’eterno
e appare un respiro di mare.


2

In principio
la prima casa
fu zucchero sparso
su piano di marmo
trasparenze di vetri
pizzicati dai venti
amici o nemici
- a seconda -
in una Calata
bardata d’azzurro
in principio.



3

In quella (mia) stanza terra/tetto
- nel tempo delle pareti verdi –
l’aria era dolce cibo per i sensi
l’altalena un legno tra due pali
in un campo a San Giovanni
dove esisteva solo l’istante( mio).




4

A Porto Giglio la nostra casa
aveva un giardino privo di mura
fatto di mare, di vento e di vele
di sabbia finissima e scogliere
dove pranzare tra ricci e patelle
e un faro a illuminare l’entrata
così neppure la notte s'aveva paura.



5

una penna d’argento
un orologio rotto
una pipa e poco più
è quel che rimane
dell’era paterna
prima che il suono
dei suoi passi sparisse
nell’appartamento
in affitto - come la vita -
al Ponticello.



6

E’ sempre lì
nello stesso punto
il distributore di benzina

E’ sempre lì
lo stesso benzinaio
che osservavo da bambina.

E’ sempre lì
l’odore dell ’infanzia
che riaffiora appena passo.



7

Non ricordo nuvole nere
sopra il cappello con il nastro
lungo il porto odoroso di nafta

non ricordo nuvole nere
quando all’edicola
Tira e Molla costava venti lire.



8

Io so d’alte scale semioscure
d’ un corrimano in legno chiaro
di bossoli in ottone con i fiori.

Io so dell’oltre dell’ingresso
di lenzuola calde di trabiccolo
di nonna che chiamava cocca.

Io so d’ essere stata
a Livorno in via Ugo Conti 12
uno scricciolo al sicuro.



9

Oh i libri, i tuffi, i frutti e i flutti giovanili
nella casa che svettava bianca sulle mura
sotto al Forte del Falcone!

Fu là che tornammo a riveder le stelle
coronare i soli, le nuvole mollare le colline
e l’utero abortire lo scirocco tra le rocce.




10

A dicembre, fra il ruggire del mare
e i ghirigori schiumosi dell’onde
stava l’abete in un vaso di coccio,
rivestito con la carta da pacchi,
a disegnare arabeschi sui vetri
dischiusi sul bambino e i tre re magi.
Era, il Natale, calore di casa
era colore in cammino di Luce.



11

L’isolitudine
divenne terra ferma
angolatura dalla quale mi affacciavo
esilio in continente.
Il mare era una striscia nera e scura
un triangolo lontano
con le navi coi container
così diverso dal blu isolano
con le rocce a precipizio
i manti renosi e il suo silenzio.

Correvano i parà cantando la mattina.

Tra un’andata e un ritorno a Pisa
per ultimare gli esami dei miei studi
uscivo raramente,
leggevo Bukowski sul parquet
finché lui, insegnante ai figli
delle guardie, rientrava da Pianosa.

Fine corsa - dicevano -
scendendo dal convoglio
i ferrovieri alla stazione
di Livorno.




12

Dalla cima della collina
sempreverde seno
degli innamorati
alla città sul mare
simile a una luminaria
nel rosa del tramonto
appuntavo cammei di gioia
adesso refolo malinconico
sospiro di un attimo.



13

Un tempo, che s’è spento,
ornava con la neve il tulle
o seccava al sole le ghirlande,
non negava lode alla neonata
o la chiesta d’aiuto al vento
dalla finestra mirante il mare
oltre la vallata, all’orizzonte,
in una chiostra a Rio nell’Elba
dove la Madre sta a sinistra
nella chiesa entrando.



14

[e andavo
a coglierne di nuove
nel campo incustodito
in cui fiorivano
incolte e ribelli
-là dove potevano -
violette e rose e
margherite
a rallegrare
- come potevano -
l’incuria nonostante]



15

Domestica è la dimensione del mio paese.
Suonano sulla pietra i passi frettolosi
tagliano l’acqua gelida le eliche
la sbarra del posteggio sale e scende
sotto a uccelli in volo a riscaldarsi.



16

Sul sentiero c’era luce
molta mota e tracce di moto
da cross
pochi fiori (bianchi)
a quatto petali
e un legno con sopra la scritta Le Cime.
Com’era prevedibile
arrivammo a un bivio
in uno slargo
un viottolo scendeva e non si vedeva
che verde
uno saliva e non si vedeva che verde.
La luce schermata dagli alberi
scemava
nella penombra (nell’indecisione)
girammo indietro
verso le case
al sicuro.



17

Il quotidiano vivere
in una terra avvolta dall’azzurro
corrode gli eccessi a svelare
l’essenza spesso offuscata
a chi abita luoghi ricchi di volti
da tangenziali uniti.



18

Odio la morte che ruppe l’alleanza.
In sala appassirono i fiori, il bassotto si zittì
una mano invisibile portò via la piccola.

Neppure la ribellione dell’età più bella,
aveva leso l’ alleanza nata col primo pianto
e l’urlo di dolore sgorgò senza pudore.

Oh Madre
tu potessi inviarmi una missiva dalle nuvole!



19

Videro le vetrate
di via Val di Denari
gli allegri girotondi
tra le siepi e i fiori.

Videro le violette
della nuova fanciulla
sbocciare il corpo
nei vestitini a fiori.

Videro le vetrate
le sue valigie gonfie
d'euforia per la vita
nuova a… Florence.



20

Appena chiuso l’uscio
la vista degli oggetti
in ogni dove immobili
ingigantisce il vuoto
l’ora sminuirà il volume
ma ora che la ragazza
sta viaggiando
verso la metropoli
il vuoto riempie
la cucina
la camera disfatta
la casa tutta
e cade a pioggia
sui pini affacciati
sull’asfalto di periferia.



21

Anche la tartaruga quel giorno si svegliò
perché il sole scordò d’essere a gennaio

anche il giallo gelsomino era raggiante
perché canto d’Osanna intonarono le ore

anche le lunghe tende presero a danzare
perché era ritornata a casa la maternità

a deporre delicatamente un cucciolo
di uomo nella vecchia culla in vimini.




22

[Parità! si urlò per noi, le figlie nate
e quelle da venire che crebbero
e nacquero e di nuovo si vestirono
da donne. Fu una partita giusta
-accolta, in parte, anche dagli altari-
scandita dai tic tac degli orologi
e da lancette che giravano, giravano
come un cuore tachicardico
mentre i colleghi salivano -lievi salivano-
di grado perché privi del mestruo
che innova le cellule a ogni ciclo.
Cessato il sangue, un consuntivo:
l’impressione è di una stagione
ricca di grano ma sale il cruccio
per i mancati abbracci ai figlioletti
-No, non c’è colpa , non c’era tempo –
per le passioni femminili soffocate
-No, non c’è colpa, non c’era tempo –
per aver tenuto un passo innaturale
-No, non c’è colpa, non c’era aiuto-
per la televisione che inquadra
belle manager, belle professioniste,
belle politiche, belle accademiche,
belle attrici, bei culi, belle tette
Belle , Belle, Belle
mentre il bello che snobbammo
- non eravamo solo corpo
o mi confondo?- ci è sfiorito
così, in un periodo durato
quanto la sosta di un passerotto
su un cancello. Il tempo di mettersi
gli occhiali ed è scomparso.]





STAGIONI



PRIMAVERA

si sgola il gallo
si cheta la civetta
è l’albeggiare



a fine maggio
sul molo sole e lenze
- odor di sale



all’imbrunire
lucertolina furba
il gatto beffa



sera calante
sfumar d’ombre nel rosa
vivrei ovunque



tetto stellato
a schiarire la notte
non è mai buio






ESTATE


borse di paglia
sui banchi del mercato
solo d’estate


sopra un patino
arenato, i bambini
scrutano il mare


traghetti colmi
banchine brulicano
a ferragosto


barca al tramonto
con la vela ammainata
lascia la rada


bruciano cuori
tra le dune marine
lucenti falò



AUTUNNO



pare una trina
l’impalpabile nebbia
nata dal mare


il nido è vuoto
della stagione bella
resta una piuma



sfuma nel grigio
in campagna il falò
è pomeriggio



ombre calano
nel tramontar di foglie
cielo amaranto



sotto la terra
tartaruga s’intana
crescono i crocus



INVERNO



gelano strade
ad unir notte e giorno
gocce di brina



violette gialle
nascono a rallegrare
il cielo grigio



su tetti neri
un lampione s'accende
prima di sera



ancora un’ora
d’onda malinconica
poi sarà notte



attende l’acqua
all’interno del pozzo
raggio di luna





INTERNI




1

Era buio. La ruota era alta e il sedile a due posti saliva.
Sciabordata dall’onde dell’aria
stringevo le mani alla corda.

Sono belli i quadri più vecchi della mia galleria:
il lettone, la parete a pois, la panca in cucina,
mio padre e mia madre.

Era luce. Vent’anni più tardi su un treno in campagna.
e gambe divennero molli, i girasoli guardavano il cuore
impazzito che straniava la vista.

Sulla schiena m’è nata una gobba,
sulla pelle, una voglia:
un affresco con i compagni di oggi.


2

Se scartassi il tempo trascorso
nell’attesa di…

inciamperei in frazioni d’istanti
di così alta intensità
da coprire i deserti in cui ho aspettato
di togliere dalle grucce i desideri

per farli scivolare fuori
finalmente liberi di …



3

Il seno e il sangue
il trucco lieve
le calze a velo
le occhiate
mascoline
il rimirarsi
nello smarrimento
attorno casa
all’ ora esatta
vennero.



4

quel promossa nel quadro appeso al vetro
apriva al tempo senza vento - mare
nuovi amici, libri, amori giovani
generati dalle ore sulla spiaggia -
libero d’ombre, saturo di sogni
che sul cuscino si declinavano
prima del sonno, prima dei temporali
che sempre precedevano d’un mese
la prima campanella della scuola.



5

Il vetro franò. Urlai e tastai le braccia. Ero sana e
rivolevo quel vetro e l’immagine di me che rifletteva.
Chiamai il vetraio. Provammo a ricomporlo. Invano.
La colla non faceva presa. I pezzi ricadevano
provocando piccole ferite . Le arterie si salvarono,
ma nessun vetro mi avrebbe mai più rappresentata
spensierata. Bastò questo a soffocare il volo libero:
l'ombra fatua della morte che per metà successe.
Misi in valigia i viaggi e tornai alla casa-isola.
S’era frantumato il primo vetro.



6

Scorre altrove la vita che volevo.
La colpa è del ronzio d' un calabrone
che coprì la nota giusta e lo sguardo
di quel volto esposto al vento – di quando
con addosso la scamiciata a quadri
il corpo non sudava per il caldo –
restò dentro un fotogramma
nel cassetto dei miei ieri.

Quanto sopra racconto, a discolparmi.



7

Un piede incespica
un sasso balza e rotola
un vortice di polvere si leva
volteggia, confonde la vista,
tra pietre fatiscenti
ansima il fiato, già sofferente
per la fame d’aria,
nei sotterranei del vissuto.


8

Le catene steccavano le cosce
premevano sul pomo
celavano l’uscita
-se esisteva un’uscita dal cono di brace
da pulire con lentezza per non bruciarsi -
il passo affannava in mancanza
di segni nitidi che lo guidassero
tra le rughe dove sei volata.



9

Sbattevano le vele,
nel chiostro di casa
coltivavo piante
al posto degli amici
che mai brindarono
con i cristalli
rimasti nella credenza
a impolverarsi.



10

Il volo obliquo
risentì dei venti
conquistando
piccolissime vette
dove dimenticare
la luce accecante
intravista di sbieco
dalla penombra
nei vent’anni
vissuti a studiare
quali piante - annuali
o perenni - fossero
adatte a infiorare
il sottobosco
mancante di sole.



11

Liquido si sparge il dolore
tra i meridiani e i paralleli
roventi o gelidi del globo
e lì e qui,
- all'intorno per nefasti fati-
pianto e stridore di denti
s'incrociano nel cielo
con stormi di rondini
aruspici di primavera
nonostante.



12

In un cerchio oltre il quale
il passo era interdetto
ho convissuto con il male
nel sonno – in contrappasso-
m’ involavo da un continente
all’altro, sino all’alba
che sfumava i sogni
in migranti fantasmi;
eppure vissi.



13

[mi pettinavano
sino a farmi male
e forse quei nodi sono i primi
dei tanti
che resero ingarbugliata
la matassa
da dipanare
per perdermi del tutto
o ritrovarmi]



14

I meno sono d’un rosso slavato
reggono i cardini i punti cardinali
i pezzi del mosaico si ricompongono.
L’inizio tra le sbarre non ricordo
emozioni ancestrali ha la memoria.
Il moto era impercettibile,
le onde di riporto
la costa aveva anfratti scuri
i legni di sicuro sono di buona qualità.



15

Nessun serpente
ha intimorito agosto
né un cinghiale minato
i frutti e i fiori - più preziosi
proprio per l'arsura dei petali -
tra cui continuerò
a consumare le suole
con il viso sereno
imperlato di gocce
prima che arrivi la pioggia
a sciogliere l'estate.



16

Ci rallegravano solo dianzi
le piccole gioie; il buio e il freddo
stavano in un futuro remoto
che sarebbe sì arrivato, più avanti
in anni lontani dalle nostre risate
sotto il sole così rovente
da celare i segni dell’autunno
che ci conduce verso novembre
verso la ricorrenza di troppe anime
da noi amate solo dianzi.



17

C’è una quiete rosea
di bimba tra le gambe genitrici
tra le pareti incartate
in un cielo azzurro intenso.
I lutti sono stati seppelliti
il bastone abbandonato
le pulsazioni sono lente
le carezze sincere.
Sul tavolo all’ingresso
un cappello per la pioggia
da riporre in cantina.



18

Le mani che tremavano
-tanta era la gioia
sulla soglia dell’estate -
chissà se le rammenti.

La risposta resta aperta.

Alla pinzetta sfugge
la domanda spuntata
tra le sopracciglia
ed un sospiro.



19

Non importa
se non mi sei mai stato tutto
anche le briciole
servono
a placare i morsi
così, nell’amarti,
lacrime secche si staccano
dagli occhi
di nuovo illuminati.



20

Nella mia valle
al calare delle ombre
non avrei altro riparo
se tu sparissi
e non stupirti
di queste parole
perché sei pietra
viva della mia vita.



21

Se ne vanno i miasmi
in chi s’avvicina
al Mistero dell’Amore
perché tramuta
il fiele in miele
la croce sul Calvario
tranne il sonno
tormentato
dai desideri smarriti
che albeggiano
sino a Luce fatta
minuscola o maiuscola
che sia.



22

In un campo, le canne a difesa
d’un fosso, poco distante dal mare,
un sospiro d’autunno al crepuscolo

- sono scomparsi dal cuore il cinguettio
e dalla mia bicicletta il sentiero –

smuove la brace tiepida e morbida
a svelare del fuoco i riverberi
meraviglie d’un ottobre clemente.























mercoledì 21 dicembre 2011

Nota del 21 dicembre 2011

Antica / mente immaginava di applicare allegri fiorellini sulla stoffa della vita. Sparso il sogno, si svegliò in una realtà d’un grigio nitido: la gramigna infestava e sempre meno vedeva sui viali alberi amici. Platani, cipressi, castagni o lecci, i rami dei più pendevano a causa di ingombranti pesi.
Al crepuscolo, libera tra respiri familiari, uscita da circuiti inaccettabili, come so...no gli errori di grammatica per un’ antica /mente , a terra lasciava svanire la schiuma di giornate in auto protezione .
Cupe erano le colline circostanti e a riequilibrare la linea della mano accendeva le lucerne sui pochi cari luminosi, quasi felice.
Così di lato visse per evitare falsetti, ironie nascoste o tiri di fioretto a petto aperto, fino a quando il mare ebbe pietà e le chiuse gli occhi e l’ antica mente.

giovedì 28 gennaio 2010

Partenza




Partenza

mancanza di corpo

astinenza di voce

finestra sul niente

falce sul cuore

ferita

distacco

dolore

coincidenza saltata.

mercoledì 6 gennaio 2010

Tutto m'ha dato




Tutto m’ha dato la mia terra!
Tuoni, turbamenti
teneri buffetti irriverenti
passaggi di brezze
profumi inebrianti
spazzati da tormente
inaspettate.
Fuorché i natali
tutto m’ha dato la mia terra
che oggi, priva di piogge,
langue arida.

sabato 7 novembre 2009

OTTOBRE - anni '60




Ottobre

Anni 60

A ottobre il clima è mite nella mia isola. I ragazzi che hanno un motorino ne approfittano per spostarsi nelle spiagge esposte a occidente, là dove il sole è più caldo, fare gli ultimi bagni; gli anziani, per chiacchierare sulle panchine o passeggiare nel primo pomeriggio e sentirsi meno sol nei paesi, le mamme per tenere i figli all’aria aperta.
Anche mia madre in quell’ottobre di cui non ricordo il giorno, ma solo l’anno, ci portò ai giardini pubblici, di fianco alla spiaggia de Le Ghiaie, nello spazio dove c’erano i giochi e gli animali in gabbia.
La scimmia, il macaco di nome Marco, mi faceva un po’ paura; non era un bel vedere quella pelle spelacchiata e quelle zampe che si allungavano verso chi si avvicinava alla rete.
Mi piaceva invece il pavone quando faceva la ruota. Rimasi a guardarlo aspettando che aprisse la sua coda per due volte, poi mi diressi all’altalena.
Era bello andare sull’altalena. Mi spingevo da sola, piegando al massimo le gambe sotto la tavoletta e cercando ogni volta di darmi più slancio che potevo e arrivare sempre più in alto. Ci avrei passato il pomeriggio. La gonna a pieghe volando si apriva, imitando la ruota del pavone.
Di solito avevo tutto il tempo per soddisfare il mio gioco preferito. Quando le mani dolevano perché troppo a lungo avevano stretto la corda, smettevo.
Quel giorno, quel momento non era ancora arrivato. Si stava bene ai giardini; c’erano altre mamme, altri bambini ed io volavo, volavo e stavo bene.
Ogni tanto scendevo per bere alla fontanella. Vicino alla gabbia, c’era il magazzino del giardiniere comunale, sempre chiuso. Non che l’uomo non lavorasse, lo vedevo passare con la carriola lungo le aree in cui erano divisi i giardini. Le siepi di pitosforo dividevano un’area dall’altra e sentieri di ghiaino le univano. Lui andava avanti e indietro raccattando foglie e fogli che poi rovesciava vicino al magazzino.
La fontanella stava oltre il magazzino, dalla parte opposta della gabbia degli animali, il nostro zoo lillipuziano, anche se all’isola non c’era bisogno di uno zoo per conoscere gli animali. Bastava alzare gli occhi per vedere i gabbiani sul mare, i passerotti sugli alberi. Per le strade viaggiavano le carrozzelle trainate da cavalli e quasi tutte le famiglie avevano parenti che tenevano la campagna e quindi asini e galline e conigli e talvolta mucche e capre.
Stavo bene sull’altalena, il sole era tiepido verso le quattro. Era presto per rientrare. Così credevo finché mamma mi chiamò.
“ Dobbiamo andare.”
“ E’ presto.”
“ Dobbiamo andare al porto, arriva babbo.”
“ No, ancora due giri.”
“ No! Tu vieni .”
“ Accidenti a lui!”
Schivai uno schiaffo per un pelo. Lo sapevo che accidenti era una parola che non si doveva usare. La dissi per fare la grande, avevo quasi otto anni e mi sentivo tale.
Del porto ricordo quasi nulla, forse babbo vestito con la divisa bianca estiva che scendeva dalla nave. Era strano vestito così di bianco ed erano strane le scarpe con le stringhe immacolate.
Era strano soprattutto a terra, quando si andava verso casa, dove subito si cambiava perché odiava le divise. Per questo, dopo l’anno di leva trascorso in parte a La Spezia e in parte all’Accademia navale di Livorno, non rimase nella Marina Militare,; voleva essere libero e per tanto tempo lo fu navigando sulle petroliere dove l’equipaggio era una famiglia e non c’era bisogno di indossare i gradi per governare una nave. Poi, per amor nostro, tornò a lavorare vicino a casa e gli toccò indossare la divisa, anche se non per la Marina, ma per un armatore privato. D’inverno era di colore blu scuro, d’inverso, in estate bianca.
A ottobre, era ancora bianca e, divisa o non divisa, adoravo mio padre, anche se era severo. Con me, in fondo, non lo era.
Certo dovevo comportarmi come una signorina, non interrompere i discorsi dei grandi, mangiare con forchetta e coltello, non fare domande inopportune, però lo amavo perché sentivo il suo amore sulla pelle, quando m’infilavo nel lettone con i miei o quando mi passava di nascosto le noci sotto al tavolo e quando rideva nel raccontare che era dovuto andarsene dal ristorante perché a voce alta avevo fatto notare che due adulti non avevano ancora imparato a mangiare i gamberoni col coltello e la forchetta.
Ed anche un’altra volta lo costrinsi, mio malgrado, a uscire da un ristorante, a Napoli, dopo che nella sala ero corsa verso di lui urlando che avevo fatto la popò sul vaso grande!
Quest’ultimo episodio però non lo ricordo, me l’hanno raccontato. Ero piccola e di Napoli m’è rimasta solo l’immagine di enormi Babbo Natale per le strade. Forse erano piccoli ed io li vedevo grandi. Chissà. Come mi sentivo grande, pur essendo piccola, mentre passeggiavo le sere d’estate accanto a un bambino di cui ho perso il nome e il viso nella memoria, mentre si camminava davanti ai nostri genitori nelle sere d’estate, a Giglio Porto.
Era bello come andare in altalena, forse di più perché sentivo il rumore della risacca e il rumore delle barche dei pescatori che rientravano e nel nero spiccava il bianco del traghetto dove lavorava babbo; nave che era un po’ la nostra casa e dove un vecchio marinaio mi faceva sentire le voci degli uomini che si trovavano a largo sui pescherecci. Quanto mi piacevano quei suoni che uscivano striduli da una scatola metallica e quel microfono dove lui abbassando leggermente la testa chiamava, non i marinai, ma il nome della barca! Ero piccola e mi sentivo grande.
Anche accidenti era una parola piccola piccola e divenne una parola grande grande e pesante come un macigno, un peso che mi portai sino a quando la ragione prevalse sull’emozione.
L’avevo detta senza cattive intenzioni, giusto per sentirmi grande e invece Qualcuno lassù l’aveva male interpretata. Che ne sapevo allora che accidente era un’imprecazione così negativa e che poteva tradursi in “ti venisse un accidente!”.
L’incidente avvenne dopo nemmeno un mese, a bordo di un’altra nave bianca, in una città lontana che non ho mai visitato e nella quale non voglio andare perché mi portò via lui in un giorno di novembre.
Accidenti è stato colpa mia il tuo incidente. Non volevo babbo, non volevo. Perché mi hai abbandonata?
La nave si piegò su un lato all’improvviso e tu volasti in alto, tanto più di me quando andavo in altalena e poi cadesti a terra, in quel bacino di carenaggio e non ci vedemmo più.

domenica 26 aprile 2009

Luana oltre la luna


Stamani
il sole s’è scurito
come successe
per Rocco e Ornella
e Stella e tanti volti
e tante voci
troppo verdi
per quel passo.

Stamani
la terra tiene
il lutto al cuore
da quando
nell’aurora
pure Luana
se n’è andata
oltre la luna.




Sandra Palombo

Portoferraio 24 aprile 2009

venerdì 3 aprile 2009

Malta Femmina

lunedì 5 gennaio 2009

Intervallo

venerdì 21 novembre 2008

La mia Signorina a colori

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta. La signorina a colori…

non solo non la racconta giusta, ma la racconta partendo da metà. La verità del resto sta nel mezzo e lei non ama sbilanciarsi troppo.
Se vedete, in un giorno di sole, una donna di una certa età seduta al migliore bar della piazza, con indosso un vestito nero nero, giacchettina pure nera e borsa a tracolla Coco Chanel attaccata alla sedia, non potete sbagliarvi, è lei. Se poi vi sedete al tavolo vicino e, per educazione, le rivolgete un sorriso, sicuramente inizierà a raccontarvi con la bocca tinta di rosso vermiglio, di come era bella la vita ai suoi tempi. E questa sarà la riprova che è proprio lei.
Facendo tintinnare i ciondoli del braccialetto d’oro a maglie grosse, in pochi minuti, vi metterà al corrente che è di nuovo signorina da quando è rimasta vedova di un dirigente di una multinazionale; che lei nella vita ha avuto tutto, compresi due figli laureati col massimo dei voti che hanno intrapreso un’ottima carriera e che uno l’ha pure resa nonna di una bellissima bambina, quella che si vede nella pubblicità degli omogeneizzati. Si proprio quella piccola paffuta sulla carta patinata della rivista che, per caso, ha davanti, accanto al vaso con la rosa.
Però non fatevi raggirare.
Se vedete, in un giorno di pioggia, una donna di una certa età seduta dentro al più piccolo bar della piazza, che indossa una gonna lunga informe, un paio di scarpe vecchie, con lo sguardo che vaga sul muro della parete, ma ha le labbra colorate di rosso vermiglio, non potete sbagliarvi. E’ lei. Se poi le rivolgete, per educazione, un sorriso mentre bevete un caffè e lei non vi risponde subito, sarà la riprova che è proprio lei.
Porterà il solito braccialetto che farà tintinnare allo stesso modo di quando c’è il sole, solo che la signorina, come la chiamano ancora i vecchi del quartiere, soffre di meteoropatia e così se il tempo è brutto, a stento e con affanno, vi racconterà di essere tornata signorina da quando il suo povero marito è deceduto e soprattutto dall’anno in cui anche i suoi figli se ne sono andati da casa per vivere in un’altra città con delle donne che non hanno rispetto della famiglia e che le portano la nipotina, bella sempre, solamente a Natale.
Però la verità sta nel mezzo o forse neppure e la signorina non si è mai sposata. Per saperlo dovrete avere la fortuna di incontrarla in un giorno in cui il sole fa capolino tra le nubi e lei cammina, con la sua bocca rosso vermiglio, per la piazza, indecisa in quale bar fermarsi mentre, tra sé e sé, facendo tintinnare il braccialetto, si chiede se la scelta sarà intonata alla giornata. E forse, ripeto, forse, conoscerete la verità.


Sandra Palombo

Racconto breve scritto in occasione della Seconda sfida delle Belle Donne

venerdì 31 ottobre 2008

Fuori romba la protesta

Fuori romba la protesta e le grida giovanili
piombano nella stanza di chi ha negli occhi
una catena d’anni e in tasca stringe un pugno
di centesimi per il caffè alla macchinetta
dell’azienda.

Oltre al verde dell’eskimo acquistato
quando era tardi per credere nell’uomo
a tutto tondo, tanto altro memora
il megafono su di chi è chinato
sul monitor azzurrino da ore acceso.

Intanto tubano sul davanzale due piccioni.



sabato 27 settembre 2008

alba

L’ottocento sfiorito
con il padre di nonna
è un battito
chiuso
nei libri illustrati
e nella vecchia
poltrona degli avi.





***

Il boom fu la mia culla
la chiesa la mia casa
l’asilo le mie suore.

Quando la testa uscì dal grembo
- i fili dei tram scintillavano -
c’erano le luci in piazza Grande.

Nel paniere avevo primule
e carne rossa, lucente era
la notte, argento la mattina.

Piegati sui punti di carta
- a creare minuscole figure -
c’erano veli e riccioli vergini.

Il boom fu la mia culla
la chiesa la mia casa
l’asilo le mie suore.



**

Nel secondo novecento,
il primo fu la guida:
il rispetto per i grandi
e la disciplina
alla partenza d’ogni via.


*

Volavo dietro
a una farfalla che visse
poco, troppo poco
nella scuola elementare
in riva al mare.

Alla sua morte
i fiocchi rosa
si disfecero e pure
sparirono le pieghe
dalle gonne.

Ci pensarono
le gomme delle auto
a cancellare i quadri
in gesso sul selciato
del cortile esterno,

ci pensarono
le forbici di Ines
a tagliare i capelli
raccolti da un elastico
in una coda di cavallo.

Gli occhi lacrimarono
quando caddero
le ciocche
eppure ero felice
e dire di più
di quell’ora non si può.


*

Il seno e il sangue
il trucco lieve
le calze a velo
le occhiate
mascoline
il rimirarsi
nello smarrimento
attorno a casa
alla sua ora esatta
avvennero.

*

lunedì 15 settembre 2008

Ecco l'autunno



Ecco l’autunno
e la nuvola nera
aumentare e aumentare
sino a annerire il minimo
barlume e tu
che giovane cadesti
nella nebbia
chiamare aiuto
e io serva inutile
ancorare il tuo male
e prenderlo con me.